L'assenza di un Essere supremo che governi il mondo ...

 ... si è "puniti", se così si può dire,  non "per" le proprie azioni, ma "da" esse ...




Il Buddhismo non è una religione di tipo devozionale.

Non si trova in esso l'idea di un Essere supremo personale, creatore e signore del mondo, di una Provvidenza che tenda la mano all'uomo bisognevole di soccorso e che dispensi premi e castighi. I vari dei si trovano anch'essi, per così dire, di qua dalla creazione, sono anch'essi soggetti, come gli uomini, al divenire o "samsaro" e non possono perciò recare alcun aiuto all'uomo desideroso di trascendere la sua precaria condizione. Lo stesso Brahma, subito dopo l'illuminazione del Sublime, discende dalla sua celeste dimora e lo prega di esporre la Dottrina per il bene degli uomini e degli dei.

Ne deriva come corollario che l'uomo, per sfuggire al "samsaro" e conseguire l'incondizionato, non deve cercare alcun appoggio esterno ma deve fare affidamento unicamente nelle proprie forze. In altre parole il Buddhismo, per lo meno il Buddhismo originario o "Theravada", non è una religione soteriologica; il Buddho non è un salvatore ma solo uno "svegliato", un "compiuto" il quale ha deposto il fardello, è giunto mediante i suoi propri sforzi all'altra riva e, mosso da compassione per il genere umano, espone a chi abbia orecchie per intendere un metodo, una tecnica per ottenere lo stesso risultato. 

L'assenza di un Essere supremo che governi il mondo ha naturalmente i suoi riflessi nei riguardi della morale, la quale nel Buddhismo non va intesa come un insieme di rigide norme di condotta che trovano la loro giustificazione nel volere divino  e la cui trasgressione rende l'uomo meritevole di castigo. Al posto del peccato troviamo qui l'errore le cui malsane conseguenze, rigidamente determinate dalla ferrea legge del "karma", sono già contenute in germe nell'atto stesso e ne scaturiscono automaticamente non appena venute a maturazione. In altri termini, si è "puniti", se così si può dire, non "per" le proprie azioni, ma "da" esse, come una sbarra di ferro rovente scotta, senza l'intervento di un terzo fattore, la mano dell'incauto che la tocchi. L'etica buddhista non ha quindi valore assoluto, ma solo strumentale: l'attenersi a determinate regole di condotta vale solo in quanto serve a conseguire determinati risultati e perde qualunque significato una volta raggiunto lo scopo. Questo concetto è mirabilmente espresso dal paragone della zattera che serve egregiamente per attraversare una corrente ma diventa del tutto inutile non appena si sia raggiunta l'opposta riva. 

E qual'è questa riva, "l'Eccelsa Meta" dell'ultima sezione del Sutta Nipata, raggiunta la quale qualunque codice morale si svuota di significato? E' il "nibbana", il superamento di qualsivoglia stato condizionato piacevole o spiacevole, l'estinzione della sete ("tanha") in tutte le sue manifestazioni. Il "bhikkhu", colui cioè che "abbandona la casa per la vita senza tetto", non aspira a rinascere in mondi beati, immensamente più felici del nostro ma pur sempre condizionati e soggetti all'impermanenza, che rappresentano invece la massima aspirazione per il seguace laico o padre di famiglia. A ben altri fini sono volti i suoi sforzi, a spegnere cioè il desiderio, a spogliarsi della brama, a staccarsi "dall'infimo e dall'eccelso mondo come un serpente dalla sua decrepita vecchia pelle".

Si scorge così chiaramente un'altra caratteristica del Buddhismo: quella cioè di essere non una dottrina consolante, bensì chiarificante. Il Buddhismo, è stato detto, non ha latte per bambini; esso non promette consolazioni, in questa o in un'altra vita, a chi si incammina per l'arduo sentiero che mena al distacco; e quali consolazioni potrebbe promettere, dato che qualunque forma di esistenza, compresa quella nei mondi beati, è instabile, impermanente e, per ciò stesso, intessuta di "dukkha", cioè di agitazione, affanno, sofferenza? Scopo dell'ascesi buddhista è quello di far vedere le cose secondo realtà, ben diverse quindi da come ce le presenta la nostra fervida immaginazione che le falsa imprimendo loro le nostre mutevoli tonalità affettive. Ottenuta una tale visione chiara, obiettiva, spoglia di qualunque riflesso mentale, ne consegue automaticamente il distacco e si assapora quella gioia spassionata, rasserenante, che non ha nulla a che fare con la gioia comunemente intesa, correlativa del dolore e quindi indissolubilmente legata ad esso.

(Dall'Introduzione di Vincenzo Talamo)



 

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