"Questo è il dolore, questa è l'origine del dolore, questo è l'annientamento del dolore, questa è la via che mena all'annientamento del dolore".

Dall' Introduzione di Vincenzo Talamo:

Fra il sesto e il quinto secolo a.C. un giovane di nobile lignaggio, figlio del capo di una repubblica aristocratica situata ai piedi dell'Himalaya, abbandonò un giorno la sua lussuosa dimora paterna  e depose i suoi abiti principeschi per indossare la veste gialla dell'asceta itinerante. Sostentandosi di elemosina, per ben quarantacinque anni, cioè fino al termine dei suoi giorni, egli percorse il territorio nord-orientale dell'India additando a quelli che avevano "poca polvere negli occhi" il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza  ed alla emancipazione dal condizionato.
A distanza di venticinque secoli il suo messaggio è tuttora vivo ed operante per milioni di uomini  e molto può dare  a chi lo riceva con adatta disposizione di spirito. Il Sutta Nipata, che presentiamo per la prima volta integralmente tradotto dal testo originale pali, fa parte di questo messaggio, si può anzi considerare una delle più antiche formulazioni della Dottrina dell'Illuminato.
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Accostarsi al Buddhismo ricercandovi gli equivalenti di una religione monoteistica, o quegli elementi in genere che la nostra mente è abituata a considerare come essenziali di ogni religione, equivale a porsi in condizione di non intenderne lo spirito. 
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Il Buddhismo non è una religione di tipo devozionale. Non si trova in esso l'idea di un Essere supremo personale, creatore e signore del mondo, di una provvidenza che tenda la mano all'uomo bisognevole di soccorso e che dispensi premi e castighi.  I vari dei si trovano anch'essi, per così dire, di qua dalla creazione, sono anch'essi soggetti, come gli uomini, al divenire o "samsaro" e non possono perciò recare alcun aiuto all'uomo desideroso di trascendere la sua precaria condizione. Lo stesso Brahma, subito dopo l'illuminazione del Sublime, discende dalla sua celeste dimora e lo prega di esporre la Dottrina per il bene degli uomini e degli dei.
Ne deriva come corollario che l'uomo, per sfuggire al "samsaro" e conseguire l'incondizionato, non deve cercare alcun appoggio esterno ma deve fare affidamento unicamente sulle proprie forze. In altre parole il Buddhismo, per lo meno il Buddhismo originario o "Theravada", non è una religione soteriologica, il Buddho non è un salvatore ma solo uno "svegliato", un "compiuto" il quale ha deposto il fardello, è giunto mediante i suoi propri sforzi all'altra riva e, mosso da compassione per il genere umano, espone a chi abbia orecchie per intendere un metodo, una tecnica per ottenere lo stesso risultato. 
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Abbiamo accennato sopra al carattere essenzialmente pratico del Buddhismo. In relazione a tale carattere, che si potrebbe definire pragmatico, è la messa al bando di qualsiasi speculazione metafisica, ontologica o cosmologica. Al buddhista non interessa il "vero" in senso filosofico, la cui ricerca lo porterebbe a smarrirsi nell'intricata selva delle opinioni ("ditthi");  a lui preme unicamente superare l'angosciosa precarietà e la limitatezza dell'esistenza samsarica; "vero" sarà quindi per lui tutto quel che gli permetterà di realizzare questo obiettivo. Le speculazioni di carattere filosofico e le relative discussioni  e polemiche, quali fiorivano in tante sette religiose al tempo del Buddho, rappresentano in questo campo un serio ostacolo, un freno sulla via dell'emancipazione, in quanto distolgono la mente dall'esercizio di ciò ch'è salutare. Chi, prima d'incamminarsi per il nobile ottuplice sentiero, volesse sapere se il mondo è eterno o non eterno, finito o infinito, se la vita e il corpo sono la stessa cosa o cose diverse, se il Compiuto esiste o no esiste dopo la morte, giungerebbe al termine della sua esistenza senza aver risolto uno solo di tali problemi e senza aver fatto un passo verso la sua emancipazione. Come un uomo il quale, trafitto da una freccia, rifiutasse di lasciarsi curare prima di conoscere la condizione, il nome, la statura, la patria di chi l'ha colpito, la qualità dell'arco, della corda e della freccia, morrebbe per la ferita riportata prima di essere venuto a conoscenza di quanto desidera. Il tentare di risolvere problemi d'ordine metafisico "non mena al distacco, non al rivolgimento, non alla dissoluzione, non al sollievo, non alla visione, non al risveglio, non all'estinzione".
Una sola cosa ha partecipato il Sublime:"Questo è il dolore, questa è l'origine del dolore, questo è l'annientamento del dolore, questa è la via che mena all'annientamento del dolore". Questo infatti è salutare, questo mena al disgusto, al distacco, all'annientamento, all'acquietamento, alla contemplazione, al risveglio, all'estinzione.



 

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