“Il tramonto dell’Occidente” non ci sarà




 Illuminante articolo di Zory Petzova che, oltre ad essere molto in sintonia con il messaggio del nostro blog, è una iniezione di  speranza nel futuro di cui in questo momento c'è tanto bisogno.

“Il tramonto dell’Occidente” non ci sarà

di Zory Petzova, ComeDonChisciotte.org

L’omonimo bestseller di O. Spengler, edito esattamente un secolo fa, ha indotto diverse generazioni di lettori a struggersi malinconicamente all’idea dell’ineluttabile declino insito nel destino della civiltà occidentale. Pur avendo colto perfettamente le cause di una prospettiva decadente, il pensiero di Spengler ha il difetto teorico di considerare la storia di ogni civiltà alla stregua di un organismo biologico che, compiute le naturali fasi di sviluppo, alla fine muore. In realtà ciò che muore non è il corpo fisico della civiltà, ma le sue élite e la configurazione territoriale del loro dominio, nonché la visione del mondo che esse proiettano sulla coscienza collettiva, mentre biologicamente il ‘corpo’ viene integrato e perpetuato da nuove forze demografiche, rigenerandosi o tramutando in qualcosa di nuovo.

In questo ordine di cose è tracciata la storia dell’Occidente: il conglomerato euro-americano ripone le sue radici culturali nella civiltà greco-romana, ma il suo corpo biologico non ha mai avuto dei parametri ben definiti, è stato sempre estremamente plastico, stratificato da infinite assimilazioni etno-culturali, adiacenti o lontane, avvenute nei secoli di espansione e di incursioni dall’esterno, mentre la sua storia è stata sempre scandita da ritmi diversi, politicamente disomogenea e contrapposta al proprio interno, con periodi di forte e drammatica conflittualità e disintegrazione fra i vari componenti sociali, sia su scala trasversale che su piano orizzontale. Se la peculiarità della civiltà occidentale risiede in quell’antropocentrica visione del mondo che percepisce la natura come oggetto di trasformazione e di dominio da parte dell’uomo, è altrettanto vero che essa ha avuto, e ha tutt’ora, una spiritualità, diverse forme di spiritualità, che trascendono il piano della mera sopravvivenza, per cui quel tipo di propulsione della dialettica storica, legato all’elaborazione collettiva della dimensione metafisica dell’esistenza, potrebbe rivelarsi ancora decisivo.

Bisogna riconoscere che, nonostante le forzature teoriche del materialismo storico che vede lo sviluppo della società e dell’essere umano nell’ottica del tempo lineare e progressivo, alcune società occidentali non hanno aderito a questo ‘imperativo della storia’, ricorrendo alla possibilità di rallentare la corsa al futuro, di fare un passo di lato, di rivalutare antiche eredità culturali, spirituali, esperienziali, o detto in altre parole – di prediligere un paradigma più conservativo e tradizionale. In realtà, le forze conservative nella civiltà occidentale non sono mai venute meno, ma nell’ultimo secolo essa è stata fortemente dominata dalla cultura progressista, che ha pervaso sia il campo della politica che quello finanziario e tecno-scientifico. Proprio nel prevedere gli effetti decadenti di tale sviluppo è servito il profetico intuito di Spengler, che fa partorire la sua opera prima ancora che egli diventi testimone di una Germania in rovine, sconfitta dalla guerra; l’autore aveva colto anteprima i segni di un destino ‘sinistro’ nella stessa volontà della società borghese di distruggere tutto ciò che apparteneva al vecchio ordine, barcollando sotto i colpi delle proprie illusioni e utopie.

Nella visione del filosofo tedesco ogni civiltà è caratterizzata da un’anima dove è conservata la sua storia e dove si coltiva un destino comune. Nel periodo ascendente di una civiltà (Kultur) predominano i valori spirituali e morali che danno senso all’esistenza comunitaria, che è organizzata in ordini, caste, gerarchie. Ogni popolo porta nel suo cuore un profondo sentimento religioso che pervade l’arte, la politica, l’economia, la letteratura. Nel momento in cui la civiltà inizia a invecchiare, la sua anima (il suo spirito) si indebolisce e passa allo stadio di Zivilisation, dove il principio di qualità viene sostituito dalla quantità che domina attraverso la massificazione dei gusti, l’omologazione delle differenze e la mercificazione di tutti i valori. Per Spengler uno dei fattori del declino è l’abbandono della campagna e di una vita a misura d’uomo, sostituiti dalla megalopoli come estrema forma di indifferentismo, dove la dimensiona umana viene livellata e sostituita dall’edonismo e il denaro come fine a se stessi.

Per Spengler, la causa principale della decadenza è insita nello stesso motore della civilizzazione, e più propriamente nella borghesia come principale forza sociale che traina la storia sotto il nuovo simbolo del potere – il denaro, attraverso la propaganda dei media che promuovano e rafforzano di continuo gli interessi e il sistema valoriale della borghesia. E’ formidabile l’intuito dello storico tedesco a proposito del ruolo deleterio dei media, anche se ci vuole qualche decennio per arrivare all’opera magna di N. Chomsky (composta da diverse opere) dedicata allo studio sociologico del sistema di manipolazione e di controllo dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Nei suoi studi, oltre ad evidenziare il legame fra il potere finanziario neo-capitalista e la propaganda mediatica, il sociologo americano offre una descrizione rivelatoria dei meccanismi mediatici e della loro pervasività, fra cui la “censura occulta”, realizzata semplicemente scegliendo la priorità e la struttura gerarchica delle notizie; le stesse fonti di informazione fissano tale gerarchia essendo legate ai potentati economici e politici che deselezionano le fonti alternative, sopprimendo il pluralismo stesso dell’informazione, e fornendo un’unica chiave di lettura- quella che oggi chiamiamo mainstream. Ma la funzione più totalizzante dei media, che Spengler non avrebbe potuto immaginare, non è la sola distorsione della verità, ma la stessa creazione di una realtà illusoria, provocando comportamenti e fenomeni sociali di massa, dove la ragione e il senso critico del singolo vengono totalmente annullati. E’ in questo corto circuito che si racchiude l’effetto più devastante dei media perché, oltre a sottoporre gli individui a un continuo bombardamento di informazione, li relega a una narrazione del mondo falsa ma esclusiva, bloccando lo stesso processo della conoscenza oggettiva della realtà (l’episteme).

Nel corso dell’ultimo secolo la cultura occidentale, intesa come complesso di manifestazioni intellettuali, religiose, artistiche, viene progressivamente ampliata dallo sviluppo delle scienze e le nuove tecnologie, che si sovrappongono al progresso industriale e il commercio. Così la profezia dell’imminente tramonto, di un Spengler profondamente scettico verso il progresso, si congiunge con il nuovo dominio del positivismo scientifico. Nel momento in cui l’uomo è l’unico e incontrastabile agente della scoperta scientifica, la cultura intesa come identità comune smette di avere il ruolo primario nella formazione degli individui, perché sono i singoli individui a determinare i processi di trasformazione e di mutamento della cultura. La cultura comune smette di essere il bozzo protettivo di quello che è un sistema di idee stabile e chiuso, e la società diventa una piattaforma aperta a eventi di innovazione, competizione, scambio e interconnessioni. La cultura del singolo diventa qualcosa di interpretabile e relativo che muta di continuo, e in questo modo cade nella balia di chi riesce a imporsi e a dettare in modo prepotente le regole della cultura, che sono regole di mercato.

Riaggiornato ai nostri giorni, questo ordine di cose ci dà il quadro in cui la stessa politica viene cooptata e assoggettata alla preminenza del paradigma tecno-scientifico, facendo sì che il processo legislativo lasci libere da ogni regolamentazione le corporazioni della big-farm-tech che operano sul mercato globale. La deregolamentazione bancaria e finanziaria, innescata con l’abolizione del Steagall Act nel 1999 da B.Clinton, viene seguita dalla promozione e la piena fiducia nei nuovi ‘big’ dell’economia e le loro promesse per il futuro, dove sono gli stessi Stati a versare a quest’ultimi ingenti somme di denaro pubblico. Così accade che, sempre nel campo della politica statunitense, nel 2008 B. Obama diventa il primo presidente a rifiutare i finanziamenti pubblici per sfondare in campagna elettorale il tetto di spesa che altrimenti gli sarebbe stato imposto, aprendo le porte ai finanziamenti illimitati da parte delle corporazioni della big-farm-tech. Nessun cambiamento a ribasso nemmeno da parte del nuovo candidato dei democratici J. Biden, il cui exploit fa constatare non solo la mutazione definitiva del partito democratico in un partito ultra liberista, ma la corsa al cambiamento radicale verso una società post-democratica, dove il voto elettorale non avrà più alcun significato perché sarà deciso da algoritmi informatici.

In una prospettiva figurativa, possiamo dire che l’attuale pandemia ha voluto essere la rappresentazione dell’ordine incrinato del sistema, del caos sociale causato da un ‘imprevisto’ che crea sfiducia non solo nelle capacità delle istituzioni di affrontarlo, ma anche nel ruolo esistenziale dell’economia reale, che diventa quasi inutile e ingombrante. A tale crisi di fiducia potranno subentrare a pieno titolo la tecnologia e la scienza come i nuovi legiferanti, che godono di una aura quasi dematerializzata, quasi green, e annunciano che il controllo della situazione è possibile, perché loro dispongono del vaccino- il bene pubblico globale più ambìto nella storia, ma per averlo ci vuole una punizione, un purgatorio: l’imposizione del lock down e la mascherina non come misure protettive di validità scientifica, ma come simboli di obbedienza religiosa verso i nuovi dominatori. Le argomentazioni degli esponenti del potere tecnocratico non sono più empiriche, ma moralistiche e religiose, funzionali a un nuovo “ordine sacro”. Ma un’autorità che cerca di colpevolizzare e punire i sudditi, non solo dimostra di non avere i mezzi per modificare la realtà verso un ordine accettabile, ma riconosce di non poterlo fare con trasparenza, e attraverso la repressione non fa che dichiarare la propria frustrazione, e quindi il proprio fallimento.

Noi viviamo in una società liberale, imperniata sull’idea che la libertà sia garantita per legge – questo è il principio fondante della civiltà occidentale. Il culto della libertà (la benedizione della libertà), sancito dalla Costituzione americana, è totale, ma la pandemia ha fatto capire le contraddizioni intrinseche del sistema democratico (che secondo Spengler era oligarchico per definizione), ha fatto capire che il neo-liberismo si regge sul positivismo inteso come ordine e progresso, per cui se viene meno uno o l’altro (l’ordine a causa di una epidemia, o il progresso a causa di una crisi economica), allora la libertà viene soppressa senza tanti tentennamenti, riducendo i liberi cittadini in inermi sudditi. Questo perché la libertà garantita non è libertà, ma strumento di controllo. Ma allora cosa è la libertà nel sistema valoriale dell’Occidente?

Per capire meglio lo stato attuale delle cose, bisogna ritornare all’etimologia dei concetti. Pel gli antichi greci la libertà (Eleutheria) aveva tre significati: libero è chi nasce da genitori non schiavi, chi non è asservito allo straniero e chi non è asservito a un tiranno. Non si tratta di una libertà astratta e ideale, ma di una libertà fisica, inerente allo statuto sociale. La modernità arricchisce il concetto di libertà con il corredo dei diritti inviolabili, come il diritto alla vita, alla proprietà, la libertà di pensiero, quella religiosa e politica, dove è implicito che se questi diritti vengono violati dalle autorità, i sudditi sono legittimati a opporsi e a rovesciare tali autorità. Con questi principi, sviluppati da J. Locke, viene introdotto il concetto di libertà liberale. Esso viene però sostanzialmente trasformato da J.J. Rousseau e il suo Contratto sociale, dove la libertà viene definita come l’obbedienza dei cittadini alle leggi che essi si sono dati, solo che per la deliberazione di tali leggi non vale il principio di maggioranza (come avviene nel Locke), ma di una élite virtuosa che incarna la “volontà generale”. Per Rousseau chi non obbedisce alle leggi o le rifiuta, viola la “volontà generale” e deve essere costretto dal corpo sovrano a correggersi, deve essere “costretto a essere libero”. La concezione roussoiana di libertà diventa non solo comunitaria, ma di carattere coercitivo, ed è indubbio che tale concezione coincide perfettamente con la logica di gestione dell’attuale pandemia, dove gli obblighi imposti non devono essere discussi per la loro sensatezza o meno, ma accettati come prova di altruismo, confermativi di un senso civico che impone la propria dittatura.

Il futuro dell’Occidente si gioca tutto intorno ai suoi tre pilastri fondanti- la Libertà, la Democrazia e l’Episteme, che sono il DNA codificante di questa civiltà. Se il nucleo del suo spirito viene danneggiato, ci sarà un tramonto senza risurrezione, un deperimento e agonia a tempo indeterminato. Il pilastro dell’episteme, come è stato precedentemente sottolineato, oggi è gravemente compromesso dall’informazione e i suoi mezzi di diffusione che tendenziosamente deviano la conoscenza oggettiva della realtà. Per quanto riguarda il pilastro della democrazia, sarebbe superfluo dilungarsi in questa sede sulla sua interpretazione concettuale e espletamento pratico-politico, ma sarebbe doveroso ricordare un fatto abbastanza premonitorio: quando la democrazia prende forma in Atene nel 6 secolo a.C., essa nasce contro le oligarchie, nasce per un governo dei molti contro i privilegi dei pochi, e la discesa della sua parabola coincide in grosso modo con il decadimento della civiltà ellenistica e l’avvento della dominazione romana. Durante il dominio romano il concetto di democrazia scompare, sostituito dalla categoria del diritto e dal “res publica”. A differenza dei greci, i romani portano a livelli molto più efficienti l’applicazione della tecnologia e l’intervento razionale nell’ordine naturale. Ma per quanto ci possa essere una vaga analogia fra le dinamiche di allora e le dinamiche di oggi, bisogna specificare che non può esserci alcun confronto fra l’élite imperialista romana e l’élite mondialista occidentale, perché quella che conosciamo attualmente è un’élite imparagonabilmente stupida e disastrosa. La democrazia dei sistemi moderni occidentali, prevalentemente rappresentattiva, si basa sulla trasparenza e il rispetto di complesse norme e procedure elettorali, ma essa rimane una pura formalità quando gli organismi che governano l’Occidente vengono formati senza essere eletti da nessuno, operando in totale autoreferenzialità.

Oggi il pessimismo de “Il tramonto dell’Occidente” di Spengler dà alito a chi si distanzia dall’euro-atlantismo guardando con ammirazione e riverente devozione il boom economico asiatico, senza rendersi conto che i paesi asiatici sono il prodotto iper doppato della globalizzazione neoliberista, dove l’ingiustizia sociale, la mancanza di diritti e l’insostenibilità ambientale sono molto più esasperati che nell’Occidente. Ed è proprio perché i paesi dell’oriente aspirano in modo ossessivo agli standard occidentali e agli status symbols del consumismo creati dall’ingegno europeo, l’Occidente dovrebbe ritrarsi in sé, traendo dal proprio enorme potenziale mnemonico una nuova-vecchia immagine di sé, ma oltre tutto rinnovando le proprie élite, perché l’Occidente è l’unica civiltà che sa ripensarsi, riflettendosi sul resto del mondo.

La rinascita dell’Occidente, più che da una guerra geopolitica, arriverà dalla liberatoria rivelazione di indicibili segreti che da decenni riguardano il suo ordine gerarchico e che saranno resi pubblici. Segreti che hanno prodotto infinite forme di censura, alimentando sempre di più l’implosione del sistema. Da quanto tempo l’Occidente vive in uno stato d’asfissia senza poter dire il nome del proprio oppressore? Subendo la soppressione del linguaggio e del pensiero stesso, a livelli mai esistiti prima nella sua storia: la tirannia della correttezza.

“L’Occidente è nostalgico della sua Atene con i suoi valori e risorse intellettuali: democrazia, tolleranza, libertà di parola, filosofia, agorà, scienza, etica, poesia, tragedia. Per lungo tempo ha avuto Gerusalemme che ha dato leggi, modelli di comportamento, prescrizioni, proibizioni, teorie, mistificazioni. Atene ci insegna la bellezza e come pensare eticamente; a Gerusalemme l’etica è sostituita dai dieci comandamenti, da regole a cui obbedire, dall’autoritarismo di sinistra.” (G. Atzmon)

Lo scontro nell’Occidente è metafisico e spirituale, e ci sono figure reali che lo rivestono. Il palcoscenico su cui si decide la storia è davanti ai nostri occhi e noi, nel bene o nel male, siamo direttamente coinvolti.

15 novembre 2020

 

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