DAI VEDA, UNA SPLENDIDA DESCRIZIONE DI DIO, LA FORZA CHE GOVERNA LA MANIFESTAZIONE


Abbiamo visto in post precedenti che Dio (per la kabbalah ebraica, il buddhismo e altri saggi di ogni epoca) non è esattamente un signore anziano con la barba bianca, buono e caritatevole che da lassù viene in aiuto dei più bisognosi, dispensando premi o castighi secondo i comportamenti di ciascuno.  Nel capitolo 14 di "Autobiografia di uno yogi", in un dialogo tra Paramahansa Yogananda e il suo guru Sri Yuketswar, troviamo una  descrizione di ciò che è Dio secondo i Veda indiani: semplice, diretta, essenziale. 

Un estratto dell'istruttivo dialogo:


Un'esperienza della coscienza cosmica

"Maestro, devo avervi deluso, abbandonando così bruscamente i miei compiti all'ashram. Credevo che foste in collera con me."

"No, naturalmente no! La collera nasce soltanto dai desideri frustrati. Io non mi aspetto nulla dagli altri, quindi le loro azioni non possono essere in contrasto con i miei desideri. Non potrei servirmi di te per i miei fini personali; sono felice solo se tu sei veramente felice". 

"Signore, si sente parlare astrattamente dell'amore divino, ma oggi la vostra natura angelica me ne offre un esempio concreto! Nel mondo, nemmeno un padre perdona facilmente il figlio se questi, senza alcun preavviso, abbandona gli affari di famiglia. Ma voi non mostrate la minima irritazione, nonostante vi siate dovuto trovare in grande difficoltà per le diverse incombenze che ho lasciato incompiute".

Ci guardammo con gli occhi velati di lacrime. Fui sommerso da un'ondata di beatitudine; ero consapevole che il Signore, nella persona del mio guru, espandeva i limitati confini della mia devozione fino a toccare le incommensurabili sfere dell'amore cosmico.

Qualche mattino dopo entrai nel soggiorno del mio maestro, sapendo che non vi era nessuno. Avevo intenzione di meditare, ma questo lodevole proposito non era condiviso dai miei pensieri ribelli, che si disperdevano in mille direzioni, come uno stormo di uccelli davanti a un cacciatore. 

"Mukunda!" (nome da ragazzo di Yogananda, NdR). La voce di Sri Yuketswar proveniva da un balcone lontano.

Mi sentii ribelle come i miei pensieri. "Il maestro mi esorta sempre a meditare", brontolai fra me e me. "Non dovrebbe disturbarmi, quando sa bene perché sono venuto nella sua stanza".

Mi chiamò di nuovo, e io rimasi ostinatamente in silenzio. La terza volta nella sua voce si avvertiva un tono di rimprovero.

"Signore, sto meditando", protestai a gran voce.

 "So bene come stai meditando", replicò il mio guru, "con i pensieri che svolazzano di qua e di là, come foglie in una tempesta! Vieni qui!".

Avvilito e smascherato, mi recai tristemente da lui.

"Povero ragazzo, le montagne non possono darti quello che cerchi". Parlava con un tono amorevole e confortante, mi guardava con occhi calmi e impenetrabili. "Il desiderio del tuo cuore sarà esaudito".

Sri Yuketswar si esprimeva raramente in modo enigmatico; ero confuso. Con la mano mi diede un lieve colpetto sul cuore.

Il mio corpo divenne immobile, radicato al suolo; come se un gigantesco magnete mi avesse risucchiato l'aria dai polmoni, non respiravo più. L'anima e la mente sciolsero all'istante i loro legami con il corpo e si riversarono all'esterno da ogni suo poro, come sottili e fluidi raggi di luce. Il corpo era come morto, eppure avevo la profonda consapevolezza di non essere mai stato completamente vivo prima di allora. Sentivo che la mia identità non era più circoscritta negli angusti limiti del corpo, ma si estendeva a comprendere tutti gli atomi circostanti. Le persone nelle strade lontane sembravano muoversi dolcemente agli estremi confini del mio essere. Vedevo le radici delle piante e degli alberi apparire dal terreno, divenuto semitrasparente, e potevo scorgere la linfa che fluiva all'interno.

Tutto ciò che avevo intorno mi appariva senza veli. Il mio abituale campo visivo frontale si era mutato in una vasta visuale sferica, che mi permetteva di percepire simultaneamente ogni cosa. Con la parte posteriore del capo, vedevo alcune persone che passeggiavano in Rai Ghat Lane e notai anche una mucca bianca  che si avvicinava lentamente. Quando giunse dinanzi al cancello aperto dell'ashram, la osservai come avrei potuto fare con i miei occhi fisici; ma anche quando passò dietro il muro di mattoni del cortile, continuai a vederla chiaramente. 

Tutti gli oggetti presenti nel raggio della mia visuale panoramica palpitavano e vibravano come fossero rapide immagini su uno schermo cinematografico. Il mio corpo, quello del maestro, il cortile con i suoi pilastri, i mobili e il pavimento, gli alberi e i raggi del sole, di quando in quando si agitavano convulsamente finché tutto si fondeva in un mare luminoso, così come avviene per i cristalli di zucchero che, immersi in un bicchiere d'acqua, si sciolgono quando vengono mescolati. La luce unificatrice si alternava al materializzarsi delle forme, e queste metamorfosi rivelavano la legge di causa ed effetto che agisce nella creazione.

Sulle placide, infinite sponde della mia anima irruppe un oceano di gioia. Compresi che lo spirito di Dio è beatitudine inesauribile, che il suo corpo è intessuto di un'infinità di raggi di luce. Dentro di me un meraviglioso, crescente splendore cominciò ad avviluppare le città, i continenti, la terra, il sistema solare e i sistemi stellari, le evanescenti nebulose e i fluttuanti universi. Il cosmo intero, soffuso di una dolce luminosità, come una città vista in lontananza di notte, riluceva nell'infinità del mio essere. La luce abbagliante, che splendeva oltre i contorni nitidamente delineati di questo sferico panorama, si attenuava leggermente  ai margini estremi, dove potevo scorgere una calda luminosità, sempre immutata. Era indescrivibilmente diafana, mentre le immagini dei pianeti erano composte da una luce più densa.

I raggi divini emanavano da una sorgente eterna che divampava in galassie, trasfigurate da aure ineffabili. Vedevo i raggi creativi condensarsi senza posa nelle costellazioni e poi mutarsi in diafane lingue di fuoco. Con un ritmo alterno, miriadi di mondi si trasformavano in eterea luminosità; e alla fine il fuoco divenne il firmamento.

Mi resi conto che il centro dell'empireo era un punto di percezione intuitiva del mio cuore. Uno splendore diffuso scaturito dall'intimo del mio essere s'irradiava in ogni parte della struttura dell'universo. La divina amrita, nettare d'immortalità, palpitava in me, fluida come l'argento vivo. Udii la voce creativa di Dio risuonare nell'Aum, la vibrazione del motore cosmico.

Improvvisamente, il respiro tornò nei miei polmoni. Con una delusione quasi insostenibile, compresi di aver perduto la mia immensità senza fine. Ero di nuovo rinchiuso nell'umiliante gabbia di un corpo, alquanto inadatto ad accogliere lo Spirito.  Come un figliuol prodigo, ero fuggito lontano dalla mia casa macrocosmica imprigionando me stesso in un angusto microcosmo.

Il mio guru era rimasto immobile dinanzi a me; feci per prostrarmi ai suoi sacri piedi, colmo di gratitudine per l'esperienza della coscienza cosmica che mi aveva concesso e che da lungo tempo desideravo con tanto ardore. ma egli mi fermò e disse pacatamente:

 "Non devi lasciarti inebriare troppo dall'estasi. Ti resta ancora molto lavoro da svolgere nel mondo. Vieni, spazziamo il balcone, e dopo andremo a passeggiare sulle rive del Gange".

Andai a prendere una scopa. Capivo che il maestro mi stava insegnando il segreto di una vita equilibrata. L'anima deve sporgersi negli abissi cosmogonici, mentre il corpo continua a compiere i suoi doveri quotidiani.

Quando più tardi Sri Yuketswar ed io uscimmo per la nostra passeggiata, ero ancora rapito in un'estasi indicibile. Vedevo i nostri due corpi come figure astrali che avanzavano sulla strada lungo il fiume, la cui essenza era pura luce. 

"E' lo spirito di Dio a sostenere attivamente ogni forma e ogni forza dell'universo; tuttavia Egli è trascendente e distaccato, nell'estatico vuoto increato al di là dei mondi dei fenomeni vibratori", spiegò il maestro. "Coloro che raggiungono la realizzazione del Sé sulla terra vivono una duplice esistenza. Pur svolgendo coscienziosamente i propri compiti nel mondo, rimangono tuttavia immersi nella beatitudine interiore.

"Il Signore ha creato tutti gli uomini dalla gioia sconfinata del proprio Essere. Sebbene siano penosamente ostacolati dal corpo, Dio si aspetta che gli uomini, fatti a sua immagine, si elevino infine al di sopra di ogni identificazione con i sensi e si riuniscano a Lui".

La visione cosmica mi lasciò degli insegnamenti eterni. Riducendo ogni giorno al silenzio i miei pensieri, riuscii a liberarmi dalla convinzione ingannevole che il mio corpo fosse una massa di carne e ossa che si muove sul duro suolo della materia. Mi resi conto che il respiro e l'irrequietezza mentale sono come tempeste che sferzano l'oceano della luce sollevando le onde delle forme materiali: la terra, il cielo, gli esseri umani, gli animali, gli uccelli, gli alberi. Se prima non si placano queste tempeste, è impossibile avere la percezione dell'Infinito come unica luce.

Ogni volta che calmavo questi due tumulti naturali, vedevo fondersi le innumerevoli onde della creazione in un unico mare lucente, proprio come le onde dell'oceano, una volta che si è placata la burrasca, si dissolvono placidamente, divenendo una cosa sola con l'oceano stesso.

Un maestro concede l'esperienza divina della coscienza cosmica quando il discepolo, grazie alla meditazione, ha rafforzato la propria mente a tal punto da non essere sopraffatto dalla grandiosità di quelle visioni. Le sole capacità intellettuali come la volontà o una grande apertura mentale non sono sufficienti. Solo un'adeguata espansione della coscienza ottenuta con la pratica dello yoga e della bhakti devozionale può preparare a sostenere la grande potenza emancipatrice dell'onnipresenza.

Il devoto sincero è naturalmente destinato a vivere questa divina esperienza, poiché il suo intenso anelito comincia ad attrarre Dio con una forza irresistibile. Il magnetico ardore attira il Signore, in qualità di visione cosmica, nel raggio della coscienza del devoto.

...

Sri Yukteswar mi insegnò a richiamare a volontà questa sacra esperienza e anche a trasmetterla ad altri, quando le loro facoltà intuitive sono sviluppate.

Per mesi e mesi, dopo la prima volta, sono entrato in quello stato di unione estatica comprendendo ogni giorno di più perché le Upanishad affermano che Dio è rasa, "il più squisito". Un mattino, però, posi al maestro questo interrogativo: 

"Desidererei sapere, signore, quando troverò Dio". 

"Lo hai già trovato".

"Oh no, signore, non credo!". 

Il mio guru sorrise. "Sono certo che non ti aspetti di vedere un venerabile personaggio seduto su un trono in qualche candido e incontaminato angolo del cosmo! Tuttavia credo che secondo te sia necessario possedere poteri miracolosi per avere prova di aver trovato Dio. No! Si potrebbe conquistare il dominio sull'universo intero e non aver ancora trovato il Signore! Il progresso spirituale non si misura dalla dimostrazione di poteri esteriori, ma esclusivamente dalla profondità della beatitudine che si prova nella meditazione.

"Dio è Gioia sempre nuova. Egli è inesauribile; se continuerai a meditare nel corso degli anni, saprà sedurti con ingegnosità infinita. I devoti che come te hanno trovato il sentiero che conduce a Lui, non si sognerebbero mai di rinunciarvi in cambio di nessun'altra gioia; Egli è seducente oltre ogni possibilità di confronto.

"Come ci stanchiamo presto presto dei piaceri terreni! Il desiderio delle cose materiali è senza fine; l'uomo non è mai completamente soddisfatto e insegue una meta dopo l'altra. Quel "qualcos'altro"che cerca è il Signore, perché solo Lui può assicurare una gioia duratura.

"I desideri esteriori ci allontanando dal nostro Eden interiore, offrendoci piaceri ingannevoli che sono soltanto parvenze della felicità spirituale. Il paradiso perduto è presto riconquistato con la divina meditazione. Poiché Dio è l'essenza stessa del nuovo, imprevedibile e sempre diverso, non ci stanchiamo mai di Lui. Potremmo mai saziarci di una beatitudine perfetta, deliziosamente diversificata, per tutta l'eternità?".

"Ora comprendo, signore, perché i santi definiscono Dio"l'Insondabile. Neanche una vita senza fine basterebbe per conoscerne il valore".

"È vero; ma al tempo stesso Egli è anche vicino e caro. Quando la mente si libera dall'ostacolo dei sensi mediante il kriya yoga, la meditazione offre una duplice prova dell'esistenza di Dio. La gioia sempre nuova è un chiaro segno della sua esistenza, così eloquente da convincere ogni atomo del nostro essere. Nella meditazione, inoltre, troviamo la sua guida immediata, la sua risposta appropriata a ogni nostra difficoltà".

Comprendo, guruji, avete risolto il mio problema". Sorrisi con gratitudine. "Ora so di aver trovato Dio, poiché ogni volta che la gioia della meditazione riaffiora inconsciamente mentre sono impegnato nelle mie attività, mi sento implicitamente guidato a scegliere la linea di condotta giusta in ogni cosa, anche nei dettagli meno importanti". 

"La vita umana sarà tormentata dalla sofferenza finché non impareremo a metterci in sintonia con la volontà divina, la cui"retta condotta" è spesso sconcertante per l'intelligenza egoistica", disse il maestro. 

"Dio soltanto può dare consigli infallibili; chi, se non Lui, sostiene il gravoso fardello dell'universo?".





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