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PAOLO MALEDDU
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Il Blog

La moneta è uno straordinario strumento di creazione e distribuzione di benessere per tutta l'Umanità. Non può esserlo solo per una esigua schiera di Usurai malati di delirio di onnipotenza.


13/05/2018, 23:59



3°-parte---UN-PAESE-PERICOLOSO.-STORIA-NON-ROMANZATA-DEGLI-STATI-UNITI-D’AMERICA


 "I firmatari della Dichiarazione offrono l’esatto quadro dell’élite rivoluzionaria americana: 10 ricchissimi mercanti del New England; 11 grandi latifondisti negrieri del Sud; 12 avvocati; 13 giudici; 4 medici; e quindi un fattore agricolo ..."



3° parte

UN PAESE PERICOLOSO. STORIA NON ROMANZATA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

L’Indipendenza 
Per quanto riguarda l’economia, quella del New England assunse rapidamente dimensioni gigantesche.
 La pirateria era praticata in grande stile in tutte le colonie, con l’approvazione dei governatori quando aveva per oggetto mercantili non inglesi.
 Ma più di ciò fu la qualità dell’immigrazione puritana a determinarne il successo economico. In varie ondate a partire dal 1630 questa portò in America non un insieme casuale di spiantati, ma una società completa, forse piccola ma organizzata in ogni sua parte. I soci della  London Company  selezionavano accuratamente i componenti dei viaggi. 
Gli altri inglesi che si sistemarono nelle colonie del Sud non erano niente di paragonabile. 
Diedero in tal modo origine a colonie ricche ma poco articolate dal punto di vista economico e sociale. La loro unica risorsa era la schiavitù: il 75% delle famiglie possedeva uno o più schiavi.

La guerra d’Indipendenza 
I Puritani erano andati in America con uno scopo ben preciso: avere la possibilità di arricchirsi senza costrizione alcuna. Per questo volevano autogovernarsi Il loro obiettivo era dunque, fin dall’inizio, di liberarsi della Corona inglese e dei suoi governatori.
 I Puritani del New England si rendevano conto di non potersi ribellare alla madrepatria da soli, senza la collaborazione delle altre colonie, anzi magari con la loro opposizione.
Essi quindi si dedicarono con estrema energia ai loro affari commerciali ma ogni volta, quando se ne presentava l’occasione, non dimenticavano, tramite i loro Parlamenti e la loro propaganda, di attaccare la Corona o i suoi governatori. L’obiettivo era sempre di dimostrare alle altre colonie quanto nociva fosse la presenza della Corona anche per le loro possibilità di arricchimento: avevano già molto, ma avrebbero potuto avere di più. 
Tale polemica, presente sin dall’inizio del 1630, andò aumentando mano a mano che l’incremento di popolazione e l’indebolimento sul continente nordamericano di francesi e spagnoli rendevano sempre meno necessaria la protezione dell’esercito di Sua Maestà. 
I principali argomenti politici dei Puritani furono gli indiani, la schiavitù negra, i territori dell’Ovest e naturalmente le tasse.

La Corona perseguiva una politica di accomodamento con gli indiani. Questi erano utili come alleati nelle guerre combattute contro i francesi per spodestarli dai Grandi Laghi. I Puritani invece sostenevano che era meglio sterminare gli indiani, come del resto avevano subito iniziato a fare. 
I Puritani si erano accorti presto che alla loro economia gli schiavi neri non servivano; anzi erano di intralcio. Sapevano che erano fondamentali per i latifondisti del Sud e assunsero questo atteggiamento: da una parte li appoggiarono concretamente nel chiedere alla Corona il permesso di tenere gli schiavi nelle colonie americane, dall’altra mantennero nel New England una fronda anti-schiavitù, dando spazio nei giornali e al Parlamento ai pochi sinceri antischiavisti che c’erano.
Dal 1689 al 1763 Francia e Gran Bretagna si combatterono pressoché ininterrottamente. Materia del contendere era il controllo del Mercato dell’Oriente.Le tasse erano sempre troppe e sempre ingiustificate per i Puritani. Esse servivano alla Corona per coprire le spese di amministrazione delle colonie, per la loro difesa, e per finanziare le guerre. Nelle colonie del Sud la maggioranza dei bianchi si interessava poco di politica, ma semmai non vedeva altro che svantaggi dall’indipendenza. Nel New England solo i grandi mercanti, finanzieri e imprenditori avrebbero tratto tangibili e immediati vantaggi dall’indipendenza, che avrebbe significato il loro stesso autogoverno. La svolta avvenne al termine della Guerra dei Sette Anni, (1756-1763). Questa guerra vedeva opposti Gran Bretagna e Prussia e dall’altra Francia, Spagna, Austria e Russia. Si trattava della resa dei conti finale per stabilire il controllo di buona parte del Mercato dell’Oriente. 
La Gran Bretagna vinse la guerra  e le condizioni della pace furono fissate dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1763, che stabiliva anche le sorti dei possedimenti nordamericani degli sconfitti.

  L’esito della guerra, pur così favorevole, sarebbe però costato alla Gran Bretagna le sue 13 colonie americane. Esso forniva infatti un tremendo impulso alla causa puritana dell’indipendenza. 
Nell’America settentrionale non c’era più la temuta Francia, e potenza della Spagna già da tempo era in declino, per cui la presenza dell’esercito inglese non era più necessaria. 
Il fatto che ora la Gran Bretagna, dopo aver liberato il nord America dai francesi, bloccasse tuttavia l’espansione ad Ovest alle sue colonie americane (con la scusa di riservare territori agli indiani) i grandi mercanti Puritani, voleva dire che la Corona intendeva lasciare il Mercato dell’Oriente alla East India Company, bloccando per sempre la strada verso il Pacifico alle colonie americane.
 Fu questo in ultima analisi il vero grande motivo della Guerra di Indipendenza americana: il Mercato dell’Oriente.

Infine le tasse: la Gran Bretagna doveva recuperare le spese sostenute nella guerra in America. 
Nel 1764 furono introdotti il  Sugar Act  e il  Currency Act,  nel 1765 lo  Stamp Act e il Quartering Act,  nel 1767 il Townshend Act.
 I Parlamenti del New England furono in prima fila nell’esprimere le proteste delle colonie, e la loro abilità consisté nell’indurre il governo inglese a spostare gradualmente la tassazione verso beni di largo consumo, che colpivano la classe povera e media... 
La causa dei Puritani cominciava a prendere piede anche negli strati bassi della popolazione. 
I grandi mercanti del Massachusetts decisero di spingere sull’acceleratore e incaricarono i loro media (giornalisti, intellettuali, preti dal pulpito) di mantenere viva la polemica con la madrepatria. In tale clima cominciarono a crearsi degli incidenti...

Nel maggio del 1773 alcuni mercantili della East India Company che trasportavano tè furono respinti nei porti di Boston, New York e Philadelphia. Nell’ottobre un altro mercantile veniva incendiato ad Annapolis. Infine il 16 dicembre del 1773 ci fu l’episodio del Boston Tea Party, un gruppo di uomini travestiti da indiani rovesciò in acqua il carico di tè di una nave alla banchina.
 Il re Giorgio III era furioso col Massachusetts e ordinò la chiusura del porto di Boston sino a che il danno non fosse stato ripagato, quindi tolse al Massachusetts molti poteri di autogoverno.
 Il Massachusetts convocò allora tutti i Parlamenti coloniali per una riunione che si tenne a Philadelphia dal 5 settembre al 26 ottobre del 1774. Fu il cosiddetto  Primo Congresso Continentale. Le colonie si riunirono ancora a Philadelphia durante il Secondo Congresso Continentale.

Dopo mesi di discussioni, la minoranza indipendentista, i cui leader erano i grossi mercanti puritani John Adams, Samuel Adams e John Hancock, e i grossi piantatori del Sud, James Madison, Alexander Hamilton, Thomas Jefferson e George Washington, riuscì a convincere l’assemblea a decidere per la separazione definitiva dall’Inghilterra.
 Alla fine i Puritani erano riusciti nel loro intento: il 4 luglio 1776 veniva così enunciata la Dichiarazione di Indipendenza, anche se più di un terzo della popolazione coloniale era contraria.
 Il reale motivo della ribellione era il Mercato dell’Oriente. Per quello era necessario avere a disposizione le pellicce del Canada. 
La Gran Bretagna avrebbe vincere la guerra ma ciò che realmente le premeva in America era solo la zona dei Grandi Laghi e bloccare per quanto possibile l’espansione verso il Pacifico ai Puritani.
La Gran Bretagna riconosceva l’indipendenza delle 13 colonie, e inoltre metteva a loro disposizione l’Ohio Territory, però manteneva la proprietà del Canada, chiamato da allora British North America (B.N.A.), disegnandone i confini a sud in modo da comprendere la zona a nord-est dei Grandi Laghi, la zona delle pellicce.

La Dichiarazione d’Indipendenza 
I firmatari della Dichiarazione offrono l’esatto quadro dell’élite rivoluzionaria americana: 10 ricchissimi mercanti del New England; 11 grandi latifondisti negrieri del Sud; 12 avvocati; 13 giudici; 4 medici; e quindi un fattore agricolo, un editore-scrittore, un pastore protestante, un politico, un militare e un fabbro. 
Il loro intento era quello sempiterno dei Puritani: non importa quanto ricchi, bisognava avere la libertà di poter tentare di arricchirsi di più. 
Allo scopo la monarchia inglese non andava più bene. Occorreva l’autogoverno degli imprenditori ricchi; occorreva instaurare un’oligarchia mercantile. E questo dice la Dichiarazione di Indipendenza americana. Quel "popolo" al quale essa attribuisce il diritto di autogoverno non è altro che il corpo elettorale che già eleggeva i Parlamenti coloniali, che per via dei requisiti di ricchezza minima richiesti per il voto era la parte più ricca della popolazione, il 15-25% del totale a seconda della colonia.
 Il loro leader era Thomas Jefferson, che come George Mason, era un ricchissimo latifondista della Virginia che impiegava migliaia di schiavi.

La Dichiarazione di Indipendenza americana, e la retorica di Stato che l’ha sempre avvolta, ha ingannato molte persone. 
Lo slogan del caso fu il Principio dell’Autodeterminazione dei Popoli. Ma era appunto uno slogan per coprire le mire al Mercato dell’Oriente. Infatti gli americani mai riconobbero quel principio a nessun altro, quando non conveniente sul piano economico. 
Vincendo la guerra per l’indipendenza le 13 colonie erano diventate 13 Stati indipendenti. Lo erano sia nei riguardi dell’Inghilterra che l’una nei riguardi dell’altra. L’economia del New England era di tipo fortemente mercantile, quella del Sud agricola in modo estensivo. Nel Nord predominavano i Puritani, nel Sud c’era un’ampia maggioranza di ex membri della Chiesa d’Inghilterra.
 Con una procedura iniziata nel 1777 fra le varie legislature e conclusa nel 1781 i 13 Stati si riunivano ufficialmente in una federazione, chiamata sempre gli Stati Uniti d’America e regolata dagli Articles of Confederation and Perpetual Union. 
Gli Stati, così, erano sempre in lite fra loro, generalmente per ragioni di commercio.

Così nel 1787 i 13 Stati si accordarono per modificare tale statuto e il risultato fu una solenne Costituzione redatta a Philadelphia da 55 delegati riuniti in assemblea con la presidenza di George Washington.
 Ogni tanto nel tempo vennero fatte delle modifiche, delle puntualizzazioni o degli aggiornamenti, chiamate Emendamenti. 
Tali Emendamenti entrano a far parte integrante della Costituzione: i primi dieci, approvati in blocco nel 1791, sono chiamati il Bill of Rights. La Costituzione degli Stati Uniti non è la Costituzione di uno Stato, ma di una federazione di Stati, ognuno dei quali ha una sua propria Costituzione. 
Anche oggi ognuno dei 50 Stati della federazione ha una sua Costituzione. 
Al momento dell’adozione della Costituzione federale tali Stati erano tutti delle oligarchie basate sulla ricchezza, funzionanti con un sistema politico repubblicano e un sistema economico liberista. Tutti nelle loro Costituzioni prevedevano requisiti minimi di ricchezza per poter votare, che erano all’incirca quelli già visti.

La Costituzione federale non fa altro che cristallizzare tale sistema negli Stati, impedirgli che nel futuro possa evolvere in quel senso che oggi viene chiamato "democratico" (la parola "democrazia" non è mai citata nella Costituzione, né lo era stata nella Dichiarazione di Indipendenza).
 Molte sono le agevolazioni per la classe mercantile messe al sicuro nella Costituzione: la proibizione di porre tasse sulle merci esportate (Art. I, Sez. 9, par. c) ; la proibizione per uno Stato di diminuire il valore dei debiti contratti (Art. I, Sez. 10, par. a) ; la proibizione di porre barriere tariffarie a merci provenienti da altri Stati (Art. I, Sez. 10, par. b); il divieto di porre tasse federali sul reddito, ma solo pro capite (Art. I, Sez. 9, par. d). Benjamin Franklin, che era anche uno scrittore e inventore, approfittò per far riconoscere (Art. I, Sez. 8, par. h) i diritti d’autore e di brevetto.

La proibizione di porre tasse federali sui redditi ha resistito per 126 anni, e cioè sino al 1913, quando già da decenni si erano formati colossali monopoli posseduti da una sola persona fisica (i vari Carnegie, Colgate, Rockfeller, Vanderbilt, Schiff, Morgan ecc., per gran parte della loro vita non pagarono mai un dollaro di tassa sul reddito). 
Ancora oggigiorno alcuni Stati non prevedono tasse statali sui redditi ma solo excise taxes, tasse indirette sul venduto (una specie di IVA; sono però basse, mediamente del 7%).
 Gli Stati Uniti erano diventati così una spaventosa plutocrazia: l’economia era dominata da alcuni privati, titolari degli enormi monopoli formatisi negli anni a cavallo del secolo in tutti i settori (acciaio, petrolio, alimentazione, farmaceutica, ecc.) tranne che in quello delle Poste, riservato dalla Costituzione al governo federale.
 Secondo Charles Austin Beard (1874-1948), il più grande storico americano di tutti i tempi: «Il movimento per la Costituzione degli Stati Uniti fu originato e realizzato principalmente da quattro gruppi di interessi corporati che erano stati danneggiati dagli Articoli della Confederazione: denaro, titoli pubblici, manifatture, commercio ed armatoria navale>
La Costituzione del 1787 - che alle multinazionali diede il via - è un documento antidemocratico prodotto da qualche decina di portatori di grandi interessi corporati e di già multinazionali


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