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PAOLO MALEDDU
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Il Blog

La moneta è uno straordinario strumento di creazione e distribuzione di benessere per tutta l'Umanità. Non può esserlo solo per una esigua schiera di Usurai malati di delirio di onnipotenza.


10/09/2018, 17:01



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 La proprietà della moneta all’atto dell’emissione



Cap. III

La proprietà della moneta all’atto dell’emissione


Continuiamo il nostro discorso prendendo in considerazione la Banca d’Italia solo come ente privato investito della pubblica funzione di emettere carta-moneta.

Dunque lo stato ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, trasferendola ad un istituto privato: questo, perciò, in perfetta autonomia e indipendenza, esercita una pubblica funzione di essenziale rilevanza per la vita della Nazione, essendo noto che la politica monetaria (vale a dire l’emissione della moneta e la regolamentazione della sua circolazione nonché del mercato monetario) condiziona l’intero sistema economico di uno Stato ed influisce quindi anche sulla sua politica generale, e particolarmente su quella sociale. 

Ed abbiamo già accennato al fatto, davvero singolare, che dall’esercizio di questa pubblica funzione la Banca d’Italia ricavi degli utili che distribuisce ai "partecipanti", così come avviene per gli azionisti nelle società private di cui sono soci (....).

Questo significa che la Banca d’Italia, dalla pubblica funzione di emettere moneta, della quale è stata investita dallo Stato, ricava degli utili che vanno a suo beneficio, proprio come una società privata commerciale.                                                                            Ciò può avvenire perché l’Istituto emette la moneta (biglietti di banca, che sono privi di ogni garanzia) che crea, prestandola al sistema bancario ed economico della Nazione e percependone quindi un interesse, il cui tasso esso stesso determina, poiché come si è avuto modo di accennare, il Governatore, tra le altre facoltà, ha quella di disporre "le variazioni alla ragione normale dello sconto e alla misura dell’interesse sulle anticipazioni (....).               Ma la Banca d’Italia può ritenere di essere proprietaria della moneta cartacea al momento in cui, ponendola in circolazione, la presta al sistema economico nazionale?  La domanda appare del tutto doverosa, poiché sul punto la legislazione tace completamente, e di conseguenza l’interprete non è in condizione di dare una risposta che sia sostenuta da un preciso riscontro normativo. La risposta appare dunque molto difficile, e di tale difficoltà si è avuta la prova in sede parlamentare in due occasioni recenti:                                                                                                   a) nella seduta della Camera dei Deputati tenutasi il 17 marzo 1995, il deputato Pasetto rivolse una interrogazione al Ministro del Tesoro per sapere se intendesse promuovere una riforma legislativa diretta a definire la moneta un bene real conferito, all’atto dell’emissione, a titolo originario di proprietà di tutti i cittadini appartenenti alla collettività nazionale italiana, con conseguente riforma dell’attuale sistema dell’emissione monetaria, che trasforma la Banca Centrale da semplice ente gestore ad ente proprietario dei valori monetari. Nel rispondere a tale interrogazione, il sottosegretario di Stato per il tesoro, Carlo Pace, dopo aver premesso essere inesatto sostenere che la Banca Centrale fosse proprietaria dei valori monetari, avendo per legge (solo) il compito istituzionale di emettere moneta e quindi crearla e di immetterla in circolazione "mediante il trasferimento ad altri soggetti, normalmente verso il corrispettivo di titoli o valute estere, attraverso le operazioni a tal fine legislativamente previste (....); ciò premesso, affermò che  "in sostanza, per tutta la durata della circolazione, la moneta rappresenta un debito, una passività dell’Istituto di Emissione; e come tale è iscritta, nel suo Bilancio, fra le poste passive";                                                                             b) rispettivamente il 3 novembre 1994 e il successivo 1° dicembre, i senatori Natali e Orlando (appartenenti il primo al gruppo di Alleanza Nazionale, ed il secondo al gruppo di Rifondazione Comunista), interrogarono il Ministro per il tesoro per conoscere se non si ritenesse necessario l’intervento del Ministero, per la doverosa tutela dei rilevantissimi interessi nazionali, nella causa civile promossa dinanzi al Tribunale di Roma dal Professor Giacinto Auriti nei confronti della Banca d’Italia, e diretta ad ottenere una sentenza di mero accertamento che dichiarasse "la moneta, all’atto della emissione, di proprietà dei cittadini italiani ed illegittimo l’attuale sistema dell’emissione monetaria, che trasforma la Banca Centrale da Ente gestore ad Ente proprietario dei valori monetari".                                                                            Nella prima delle due interrogazioni il Senatore Natali pose in risalto che "la declaratoria della proprietà della moneta costituisce pregiudiziale indispensabile ed irrinunciabile per stabilire chi sia il creditore e chi il debitore di tutti i valori monetari in circolazione e, quindi, il presupposto necessario per la formulazione del Bilancio, per la programmazione di qualsiasi legge finanziaria e per la valutazione della stessa consistenza patrimoniale dello Stato italiano e dei conseguenti rapporti tra la collettività nazionale ed il sistema bancario".                                  Alle due interrogazioni fornì risposta scritta il Sottosegretario di Stato per il Tesoro, Vegas, il quale (sentita, questa volta nel merito, anche la Banca d’Italia) si adeguò alla precedente risposta del collega di Governo, ripetendo quale fosse il compito istituzionale dell’Istituto di Emissione e ribadendo che questo non fosse proprietario dei valori monetari e che per tutta la durata della circolazione la moneta rappresentasse un debito, come tale iscritto nel bilancio dell’Istituto fra le poste passive.  

Come ulteriore argomentazione il Sottosegretario Vegas ricordò come nella attuale dottrina economica e nelle opinioni pubbliche degli Stati europei fosse avvertita e radicata l’esigenza "di non concentrare nelle mani di uno stesso soggetto politico, quale potrebbe essere l’autorità di governo, il potere di creare moneta e quello di spenderla, onde impedire che la moneta diventi strumento di lotta politica"; e ricordò che tale esigenza aveva trovato esplicito riconoscimento giuridico nel Trattato di Maastricht, che "sancisce il principio cardine dell’autonomia delle Banche Centrali dalle autorità governative statali, affidando in via esclusiva alle prime le funzioni monetarie e lasciando invece alle seconde la cura della politica fiscale e di bilancio".  


2 - Critica                                                                                               Le risposte dei due membri del governo alle interrogazioni parlamentari sono, come si è accennato, sostanzialmente sovrapponibili. Quella del sottosegretario Vegas temporalmente posteriore all’altra, contiene, in più, un rapido accenno al motivo che sconsiglia la concentrazione nel potere politico anche di quello di emettere moneta, e dà atto, all’inizio, del conforto fornito dal parere, nel merito, della Banca d’Italia.
Riservando ogni ulteriore commento sul "di più" contenuto nella seconda risposta del governo, si può subito affermare che entrambe le risposte si raccomandano per il tasso di ambiguità da cui sono permeate. Infatti, in primo luogo, stupisce che tutte e due le risposte (e la seconda con il vantato sostegno della Banca Centrale), sul punto relativo alla proprietà della moneta al momento della sua emissione, si rifugino in una dichiarazione negativa, affermando che quella non spetta alla Banca d’Italia: affermazione questa, forse volutamente, elusiva, ma che, tuttavia, non può sfuggire all’accusa di menzogna per ciò che essa non può sottintendere. 
Posto infatti che la moneta (al momento della sua creazione ed emissione) non può non avere, come tutti i beni mobili, un proprietario (a meno che non siano res nullius, ipotesi impensabile per la "res" di cui si parla), deve trarsi necessariamente la conclusione che, dunque, in quel preciso momento la moneta, se non è della Banca d’Italia, è di proprietà dello Stato. Ma ciò contrasta in modo irrimediabile con quanto riconosciuto dagli stessi rappresentanti del Governo (e d’altronde legislativamente previsto), secondo cui la Banca d’Italia adempie la pubblica funzione di emettere moneta prestandola come se ne fosse proprietaria e ricevendo come corrispettivo titoli o valute estere mediante le operazioni di risconto o di anticipazione. 
Pertanto, accettando acriticamente le affermazioni dei due sottosegretari di Stato, dovremmo ammettere una ben singolare situazione, vale a dire la percezione di un utile monetario da parte di un Ente che non è proprietario della moneta che crea ed immette in circolazione; tanto più che, per tutta la durata della circolazione, la moneta rappresenterebbe un debito della Banca d’Italia, una passività che la abilita ad inserirla, nel proprio bilancio, tra le poste passive. Ne deriva che, caso unico, la moneta sarebbe fruttifera nelle mani dell’Istituto di Emissione, benché questo non ne sia proprietario, ma anzi debitore. 
Mentre, quindi, nei casi normali, il creditore percepisce interessi dalla moneta che presta , ed è il debitore che paga questi interessi, nel caso in esame le posizioni appaiono stranamente invertite, con un debitore che, anziché pagare, incassa gli utili. 
Peraltro i due rappresentanti governativi, oltre a tacere l’identità del proprietario della moneta al momento dell’emissione (essendosi limitati - come si è detto - ad affermare chi non lo è), nulla dicono nemmeno sull’identità del creditore: se la moneta, durante la sua circolazione, costituisce un debito della Banca d’Italia, una sua passività, si sarebbe
 voluto conoscere,  expressis verbis,  chi è (o chi dovrebbe essere) il creditore. Solo il ricorso alla logica dovrebbe permettere di individuarlo nello Stato (cioè nel popolo), ma allora, per  quanto sopra si è esposto circa la strana posizione della Banca Centrale di ente creditore (ma non proprietario) o di debitore (ma percettore di interessi), non può dubitarsi che si debba dare ragione a chi sostiene che la moneta appartenga allo Stato (cioè al popolo) e che, ciò nonostante, in modo truffaldino essa sia addebitata allo Stato (cioè al popolo) invece di essergli accreditata.



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" ... non può dubitarsi che si debba dare ragione a chi sostiene che la moneta appartenga allo Stato (cioè al popolo) e che, ciò nonostante, in modo truffaldino essa sia addebitata allo Stato (cioè al popolo) invece di essergli accreditata).

10/09/2018, 17:01

"-...-non-può-dubitarsi-che-si-debba-dare-ragione-a-chi-sostiene-che-la-moneta-appartenga-allo-Stato-(cioè-al-popolo)-e-che,-ciò-nonostante,-in-modo-truffaldino-essa-sia-addebitata-allo-Stato-(cioè-al-popolo)-invece-di-essergli-accreditata).-

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