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PAOLO MALEDDU
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La moneta è uno straordinario strumento di creazione e distribuzione di benessere per tutta l'Umanità. Non può esserlo solo per una esigua schiera di Usurai malati di delirio di onnipotenza.


20/10/2018, 01:42



"...-tutto-ciò-che-è-economia-ed-interesse-economico-come-mero-soddisfacimento-di-bisogni-fisici-ha-avuto,-ha-e-sempre-avrà-una-funzione-subordinata-in-una-umanità-normale-..."
"...-tutto-ciò-che-è-economia-ed-interesse-economico-come-mero-soddisfacimento-di-bisogni-fisici-ha-avuto,-ha-e-sempre-avrà-una-funzione-subordinata-in-una-umanità-normale-..."


 Punto N. 6, più che mai attuale, degli undici "ORIENTAMENTI" indicati da Julius Evola nel 1950 : "... l’ allucinazione o la demonìa dell’economia."



ORIENTAMENTI, Julius Evola, 1950


L’allucinazione materialistica dell’era economica.
 Necessità della sborghesizzazione e della sproletarizzazione


6. - Non senza relazione a ciò il nostro radicalismo della ricostruzione esige che non si transiga nonsolo con ogni varietà dell’ideologia marxista o socialista, ma altresì con ciò che in genere si può chiamare l’allucinazione o la demonìa dell’economia. Si tratta, qui, dell’idea che nella vita sia individuale,sia collettiva, il fattore economico sia quello importante, reale, decisivo; che laconcentrazione di ogni valore ed interesse sul piano economico e produttivo non sia l’aberrazionesenza precedenti dell’uomo occidentale moderno, bensì qualcosa di normale, non una eventualebruta necessità, ma qualcosa che va voluto ed esaltato. In questo circolo chiuso e buio restano chiusisia capitalismo che marxismo. Questo circolo noi dobbiamo infrangerlo. Finché non si sa parlareche di classi economiche, di lavoro, di salari, di produzione, finché ci si illude che il vero progressoumano, la vera elevazione del singolo sia condizionato da un particolare sistema di distribuzionedella ricchezza e dei beni ed abbia dunque a che fare con l’indigenza o l’agiatezza, con lo stato della  prosperity USA oppure con quello del socialismo utopico, si resta sempre sullo stesso piano di ciòche va combattuto. Questo noi dobbiamo affermare:che tutto ciò va combattuto. Questo noi dobbiamo affermare che tutto ciò che è economia edinteresse economico come mero soddisfacimento di bisogni fisici ha avuto, ha e sempre avrà unafunzione subordinata in una umanità normale; che di là da questa sfera deve differenziarsi un ordinedi valori superiori, politici, spirituali ed eroici, un ordine che - come già dicemmo - non conosce,e nemmeno ammette, « proletari » o « capitalisti », e solo in funzione del quale debbono definirsi lecose per le quali vale vivere e morire, deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsinuove dignità e, al vertice, deve troneggiare una superiore funzione di comando, di  imperium. 
Così, a tale riguardo, vanno sradicate molte male erbe che hanno attecchito qua e là, talvoltaperfino nel nostro campo. Che cosa è, infatti, questo parlare di « Stato del lavoro », di « socialismonazionale », di « umanismo del lavoro » e simili? Che sono queste istanze più o meno dichiarate peruna involuzione della politica nell’economia, quasi in una ripresa di quelle tendenze problematicheverso un « corporativismo integrale » e, in fondo, acefalo, che nel fascismo già trovarono,fortunatamente, la via sbarrata? Che cosa è questo considerare la formula della «socializzazione»come una specie di farmaco universale e questo elevare l’«idea sociale» a simbolo di una civiltànuova che, chi sa come, dovrebbe esser di là sia da «Oriente» che da «Occidente»? 
Questi - bisogna riconoscerlo - sono i lati d’ombra presenti in non pochi spiriti che pure, per altririguardi, si trovano sul nostro stesso fronte. Con ciò essi pensano di esser fedeli ad una consegna «rivoluzionaria », mentre obbediscono solo a suggestioni più forti di loro di cui è saturo un ambientepolitico degradato. E fra tali suggestioni rientra la stessa « questione sociale ». Quando ci si renderàfinalmente conto della verità, e cioè che il marxismo non è sorto perché è esistita una questionesociale reale, ma la questione sociale sorge - in infiniti casi - solo perché esiste un marxismo,vale a dire artificialmente, epperò in termini quasi sempre insolubili, ad opera di agitatori, deifamosi «ridestatori della coscienza di classe », su cui Lenin si è espresso molto chiaramente,allorché ha confutato il carattere spontaneo dei movimenti rivoluzionari proletari? 
E’ partendo da questa premessa che bisognerebbe agire, nel senso anzitutto dellasproletarizzazione  ideologica, della disinfezione delle parti ancora sane del popolo dal virussocialista. Solo allora l’una o l’altra riforma potrà esser studiata ed attuata senza pericolo, secondogiustizia vera.Così, come caso particolare, si vedrà secondo quale spirito l’idea corporativa può esser di nuovouna delle basi della ricostruzione: corporativismo non tanto come un sistema generale dicomposizione statale e quasi burocratica che mantenga l’idea deleteria di opposti schieramenticlassisti, bensì come l’esigenza, che all’interno stesso dell’azienda venga ricostruita quell’unità,quella solidarietà di forze differenziate, che la prevaricazione capitalista (col subentrato tipoparassitario dello speculatore e del capitalista-finanziere) da un lato, l’agitazione marxista dall’altrohanno pregiudicato e spezzato. Occorre portare l’azienda alla forma di una unità quasi militare,nella quale allo spirito di responsabilità, all’energia e alla competenza di chi dirige facciano riscontrola solidarietà e la fedeltà delle forze lavoratrici associate intorno a lui nella comune impresa.L’unico vero compito è, pertanto, la ricostruzione organica dell’azienda, e per realizzarlo non vi èbisogno di usare formule intese ad adulare, per bassi fini propagandistici e elettorali, lo spirito di sedizionedegli strati inferiori delle masse travestito da « giustizia sociale ». In genere, dovrebbe venirripreso lo stesso stile di impersonalità attiva, di dignità, di solidarietà nel produrre, che fu proprioalle antiche corporazioni artigiane e professionali. Il sindacalismo, con la sua « lotta » e con queiricatti autentici di cui esso oggi ci offre fin troppi esempi, è da mettere al bando. Ma, ripetiamolo, a tanto si deve giungere partendo dall’interno. L’importante è che di contro ad ogni forma dirisentimento e di antagonismo sociale ognuno sappia riconoscere ed amare il proprio posto, quelloconforme alla propria natura, riconoscendo così anche i limiti entro i quali egli può sviluppare lesue possibilità e conseguire una propria perfezione: perché un artigiano che assolve perfettamentealla sua funzione è indubbiamente superiore ad un re che scarti e non sia all’altezza della suadignità. 
In particolare, si può ammettere un sistema di competenze tecniche e di rappresentanzecorporative, a soppiantare il parlamentarismo dei partiti; ma devesi tener presente che le gerarchietecniche, nel loro complesso, non possono significare nulla più di un grado nella gerarchia integrale:esse riguardano l’ordine dei mezzi, da subordinare all’ordine dei fini, al quale soltanto corrispondela parte propriamente politica e spirituale dello Stato. Parlar invece di uno « Stato del lavoro » odella produzione vale quanto fare della parte il tutto, vale quanto tenersi a ciò che può corrisponderead un organismo umano ridotto alle sue funzioni semplicemente fisico-vitali. Né una simile cosaottusa e buia può esser la nostra insegna, né la stessa idea « sociale ». L’antitesi vera sia di fronte ad« Oriente » che ad « Occidente » non è l’« ideale sociale ». Essa è invece l’idea gerarchicaintegrale. Rispetto a ciò, nessuna incertezza è ammissibile.



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