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PAOLO MALEDDU
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Il Blog

La moneta è uno straordinario strumento di creazione e distribuzione di benessere per tutta l'Umanità. Non può esserlo solo per una esigua schiera di Usurai malati di delirio di onnipotenza.


25/10/2018, 01:01



LA-COSTITUZIONE-TRADITA-:-"il-fatto,-veramente-gravissimo,-che-l’Istituto-di-Emissione,-anziché-accreditare-al-popolo-la-moneta-che-emette,-gliela-addebita-...--così-facendo,-la-Banca-Centrale-alimenta-il-debito-pubblico--..."


 LA COSTITUZIONE TRADITA : "la Banca Centrale alimenta il debito pubblico e rende ingiustificabile l’abdicazione del potere politico di fronte a quello finanziario. "



la banca la moneta e l’usura

capitolo quinto

La tesi della Banca d’Italia


Dunque è vero: la Banca Centrale iscrive al passivo del proprio bilancio i biglietti che crea ed emette ( peraltro di bassissimo costo, come può essere quello tipografico), nonostante che l’emissione di banconote non rappresenti, neanche contabilmente, una perdita; infatti la moneta è soltanto un "metro", è la misura del valore delle cose, e come tale ha solo valore convenzionale e mai creditizio. E’ come se un ingegnere (naturalmente questo è un paradosso), nel fare un bilancio dei lavori di costruzione di una strada, ponesse tra le poste passive i chilometri che sono stati necessari per costruire la strada, che sono anch’essi un "metro", vale a dire la misura della lunghezza della strada. Così la banconota non ha un valore intrinseco, ma serve solo come strumento necessario per misurare il valore dei beni. 
Poniamo il caso di un falsario, che dia in prestito il risultato della propria illecita attività, che a lui non costa nulla se non le spese di fabbricazione; nel fare il bilancio finale dell’operazione, vi iscrive forse come posta passiva la somma falsificata e prestata, e come posta attiva la somma restituitagli (perfettamente legale), oltre agli interessi ? Così facendo, altererebbe il bilancio, perché la somma falsificata che dà in prestito non costituisce una perdita, così come peraltro non rappresenta un guadagno (essa non ha infatti alcun valore); inserendola nel passivo, il falsario non farebbe altro che occultare fraudolentemente una parte dell’attivo.
Tanto per continuare nell’esempio, se il falsario dà in prestito la somma falsificata di un miliardo di lire al tasso di interesse del quindici per cento, e alla scadenza convenuta ha in restituzione la somma di lire (autentiche) un miliardo e centocinquanta milioni, il suo attivo è costituito da quest’ultima somma per intero, ed il passivo dalle spese sostenute per la fabbricazione della moneta falsa; non si può dire, insomma, che egli guadagni dall’operazione soltanto centocinquanta milioni di lire (cioè gli interessi), ma un miliardo e centocinquanta milioni, meno le spese di fabbricazione. Mutatis mutandis, lo stesso concetto dovrebbe informare, in via naturalmente molto semplificata, il bilancio della Banca d’Italia: certamente qui non si tratta di moneta falsificata (con tutta evidenza per la contraddizione che non lo consente), ma, come si è detto, di moneta, che all’atto di emissione non può avere ancora alcun valore né di credito né di debito, perché destinata, solamente durante ed a causa della circolazione,  a misurare il valore dei beni e ad acquistare il connotato di misura del valore. Perciò la Banca Centrale non è legittimata ad iscrivere la moneta, che immette nella circolazione, come posta passiva del suo bilancio ( se non limitatamente alle spese relative alla sua fabbricazione), con la conseguenza che il suo attivo (per questo genere di operazione) è costituito non solo dagli utili che le provengono dai beni e valori mobiliari ricevuti in pegno come corrispettivo delle anticipazioni e dei risconti, ma anche dal rimborso della moneta che, mettendola in circolazione, aveva prestato, giacché questa moneta, per effetto della circolazione e del valore indotto, ha acquistato quel valore che non aveva al momento della sua emissione. 


C’è un’altra considerazione che conviene fare: i biglietti di banca che l’Istituto di Emissione, in ipotesi, fabbricasse e non mettesse in circolazione, conservandoli nei propri depositi, costituirebbero senza dubbio anch’essi "merce di proprietà della Banca Centrale" (per usare la stessa terminologia letta nel su ricordato atto giudiziale); ma sarebbero da considerare attività o passività dell’istituto? Certamente né l’una né l’altra, in quanto "merce" di nessun valore (se non come rappresentativo eventualmente del costo per la sua fabbricazione), per cui non si riesce a comprendere come, all’atto della immissione in circolazione di tale "merce" senza valore, questa possa per ciò solo acquistare valore, per di più negativo, tanto da essere considerata come una passività. Per comprendere questo mistero si deve necessariamente far ricorso alla finzione della "cambiale apparente", di cui si è già rilevato il carattere truffaldino.


Sennonchè questi "errori" di contabilità costituiscono tutto sommato solo un aspetto secondario dell’intera questione monetaria, la quale si impernia essenzialmente sul fatto, veramente gravissimo, che l’Istituto di Emissione, nell’esercizio della pubblica funzione di cui è stato investito dallo Stato, anziché accreditare a quest’ultimo (e quindi al sistema economico nazionale e, in ultima analisi, al popolo) la moneta che emette, gliela addebita mediante operazioni di prestito, lautamente remunerative. Così facendo, la Banca Centrale alimenta il debito pubblico e rende ingiustificabile l’abdicazione del potere politico di fronte a quello finanziario. 




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